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La terribile realtà dell’educazione finanziaria
in Italia

Lorenzo Brigatti
Lorenzo Brigatti
Behavioral Finance Editor e Product Manager di Lixi Invest

Tabella dei Contenuti

Lo sapevi che l’Italia, nonostante tutto, è ancora uno dei paesi più ricchi del mondo? Questo è ancora più vero quando parliamo di ricchezza mediana, ossia di quell’indicatore che non considera gli eccessi (gli estremamente poveri e gli estremamente ricchi). Il vero problema è che gli italiani non hanno la minima idea di come questa ricchezza vada gestita, perché sono agli ultimi posti, tra i Paesi sviluppati, per quanto riguarda l’alfabetizzazione finanziaria.

Grafico sulla ricchezza mediana dei principali Paesi del mondo

Analfabetismo finanziario: qualche dato

“Presti €25 ad un amico una sera e ti restituisce €25 il giorno successivo.

Quanti interessi ha pagato per questo prestito?”

Domanda banale, vero?

Peccato che solo un italiano su due sappia rispondere correttamente a questo quesito.

Questo infatti è quanto emerge da un’analisi del Sole 24 Ore.

Non c’è dunque da stupirsi che quando ci si sposta su argomenti un filo più complicati, come avere un piano finanziario per gli obiettivi di lungo periodo, questo numero diventi ancora più basso.

Grafico alfabetizzazione finanziaria 2

Il 27% degli italiani (quindi un italiano su quattro) dichiara di avere obiettivi di lungo periodo che guidano le proprie scelte di vita, di risparmio e di investimento, contro una media di oltre il 57% dei Paesi del G20, quelli considerati più sviluppati.

E il restante 73%?

Vivono alla giornata, sperando che le cose vadano bene.

Attenzione: non stiamo parlando di concetti finanziari più sofisticati, come il rapporto tra rischio e rendimento, o quali prodotti scegliere.

Qui mancano proprio le basi.

Come è possibile, visto il grande supporto che (a parole) viene dato all’educazione finanziaria, sia da parte di istituzioni che di società di gestione del risparmio?

Ecco qualche ragione.

Le ragioni della scarsa alfabetizzazione degli italiani

La ragione principale per cui gli italiani hanno una scarsa dimestichezza con le basi della finanza è molto semplice.

Fino al 2007 non ce n’era bisogno.

O meglio, ci si poteva arrabattare anche senza.

Negli anni d’oro della crescita italiana non c’era infatti bisogno di essere investitori sofisticati e non era necessario capire il funzionamento dei mercati azionari.

Era sufficiente comprarsi i titoli di Stato (BOT o BTP, soprattutto) che pagavano laute cedole e, se proprio si voleva essere avventurosi, qualche immobile da affittare o da rivendere a un prezzo più alto di quello di acquisto.

Investimento immobiliare

Senza voler entrare in una discussione sui rendimenti reali (al netto dell’inflazione) di questi investimenti, che risultano essere molto molto meno entusiasmanti di quanto potessero sembrare, questi rendimenti erano in realtà sufficienti per tanti italiani.

Anche perché i redditi erano comunque tendenzialmente in crescita, quindi anche la decisione di investire poco (o di non investire affatto) veniva comunque assorbita dall’aumento delle entrate.

Nel 2007 questo meccanismo comincia a incepparsi e da allora tutti i trend visti sopra hanno iniziato a virare in senso opposto:

  • i redditi sono diventati stagnanti;

  • gli immobili faticano a rivalutarsi o addirittura ad essere venduti (a meno che non siano in zone privilegiate);

  • I rendimenti dei titoli di Stato di tutta Europa, e ovviamente anche quelli italiani, sono calati a picco (e i conti deposito non hanno fatto eccezione).

In questa situazione, dove portare a casa qualsiasi rendimento è molto più difficile, il passaggio necessario da fare è quello di interessarsi di più al mondo della finanza.

E capire quali altri strumenti, alternativi a quelli visti sopra, si possono usare per portare a casa un rendimento con un rischio accettabile.

Purtroppo questo passaggio non è ancora stato compiuto da molti risparmiatori, ma onestamente non me la sento di dar loro la colpa.

Un po’ di pigrizia è fisiologica, e spesso le persone sono molto occupate con i loro affari per poter seguire in maniera efficace un argomento relativamente nuovo (per loro) come la finanza personale.

Qui dovrebbero entrare in gioco gli esperti giusti, in grado di spiegare l’educazione finanziaria in modo pratico e comprensibile.

Ma questo ci porta ad altri due grossi problemi quando si parla di educazione finanziaria.

Partiamo dal numero uno.

Scuola

L’educazione finanziaria nelle scuole

Uno dei suggerimenti che ho sentito più spesso per risolvere la mancanza di educazione finanziaria è quello di insegnarla nelle scuole.

D’altro canto, saper gestire i propri risparmi è una capacità che è sempre stata importante ed oggi lo è diventata ancora di più.

Ha quindi molto senso pensare che la scuola dell’obbligo debba dedicare del tempo a insegnare uno degli aspetti più importanti della nostra vita.

Da un punto di vista puramente teorico, sono d’accordo anch’io.

L’educazione finanziaria è fondamentale e insegnarla, anche a scuola, sarebbe fantastico.

Purtroppo però la teoria si scontra con alcuni lati pratici che distruggono l’utilità di una sana educazione finanziaria.

Per cominciare, manca il tempo e il personale qualificato per farlo.

Certo, un insegnante di matematica potrebbe rubare qualche ora alla sua materia per introdurre alcuni concetti chiave come il tasso di interesse e l’interesse composto, ma si tratterebbe comunque di una goccia nell’oceano.

Senza contare che la gestione dei propri soldi ha una fortissima componente emozionale, e non basta saper fare 2+2 per prendere le corrette decisioni finanziarie.

In più, molti professori non investono personalmente i loro risparmi e non hanno una solida comprensione del sistema capitalista in cui viviamo, e su cui gli investimenti sono basati.

Senza la giusta mentalità e l’avere skin in the game, letteralmente “la pelle in gioco” (è un’espressione inglese che significa essere coinvolti direttamente), molti concetti non si possono insegnare.

Il risultato finale dell’educazione finanziaria insegnata a scuola è un’accozzaglia di concetti teorici e nessuna attenzione alla parte pratica e psicologica.

Come ciliegina sulla torta, poi, queste conoscenze finanziarie rimarranno nella naftalina per molti anni prima di essere utilizzate (specialmente per quanto riguarda la parte degli investimenti) e quindi la loro efficacia sarà molto limitata.

Se non ci credi, ripensa al programma di scuola di storia quando eri in seconda media e cerca di ricordarti il più possibile.

Personalmente, non ricordo neppure chi fosse il mio professore (o professoressa), immaginati il resto.

Quindi, insegnare l’educazione finanziaria a scuola può essere un buon inizio, ma finché non si risolveranno i problemi che abbiamo appena visto, i risultati saranno sempre piuttosto scarsi.

Dal canto loro le scuole hanno provato a risolvere il secondo problema appoggiandosi ad esperti esterni, ad esempio persone che lavoravano in banca come consulenti o promotori.

Ma anche questo approccio ha i suoi problemi…

Industria finanziaria tradizionale

Il conflitto di interessi dei professionisti

Un impiegato finanziario o un consulente non indipendente hanno un fortissimo incentivo a venderti non i prodotti più efficienti per te, ma quelli della società per cui lavora (e da cui ricevono laute commissioni).

Uno dei problemi di questi prodotti è che hanno un costo molto più elevato e un rendimento inferiore rispetto a quelli più efficienti.

Abbiamo snocciolato numeri e statistiche nel nostro webinar gratuito, quindi se sei interessato puoi dare un’occhiata a quello.

Penso comunque che non ci sia bisogno di essere Sherlock Holmes per arrivare alla conclusione che se qualcuno ha un guadagno nel venderti qualcosa, allora è probabile che te la venderà comunque, anche se non è la soluzione migliore per te.

Ed ecco che quindi molti dei consigli di educazione finanziaria che vengono forniti da questi professionisti non sono per nulla imparziali.

In aggiunta, questi professionisti utilizzano un gergo tecnico piuttosto complicato e fumoso per far sembrare la materia più complicata di quanto lo sia realmente.

E quindi una lezione di educazione finanziaria potrebbe includere parametri molto complessi come Alfa, Beta, Indice di Sharpe e di Sortino, assolutamente non adatti a chi non è un professionista ma sta cercando risposte alla domanda: “Come posso investire i miei soldi?”.

Rispetto agli insegnanti, quindi, c’è un piccolo passo avanti, soprattutto per quanto riguarda lo skin in the game visto sopra, ma il conflitto di interessi spesso riduce la bontà delle soluzioni.

Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, piano piano anche in Italia si stanno affermando le figure dell’educatore finanziario e del consulente finanziario indipendente, che hanno un buon bagaglio di conoscenza e non soffrono del conflitto di interesse visto sopra.

Ma al momento questo tipo di persone si possono contare sulle dita di una mano e, soprattutto i consulenti indipendenti, sono occupati nel gestire i loro clienti e quindi hanno poco tempo per fare attività divulgativa.

Detto questo, esiste ancora un’entità che potrebbe risolvere questa mancanza di educazione finanziaria: lo Stato.

Lo Stato

Lo Stato è stato considerato da alcuni come un’entità che ha tra i suoi compiti la protezione del cittadino, anche dal punto di vista finanziario.

Non a caso esistono istituzioni come Consob e Banca d’Italia che hanno il compito di vigilare sugli attori finanziari (soprattutto banche, assicurazioni e società di investimento) ed evitare che commettano reati a danno dei cittadini/risparmiatori.

Allo stesso tempo, devono vigilare anche sulle truffe vere e proprie, come le mirabolanti piattaforme di turbotrading, che promettono rendimenti garantiti del 30% al mese.

Il problema è che questo tipo di enti non riesce a svolgere in maniera adeguata una funzione preventiva, ma interviene solo dopo che il disastro è avvenuto.

Quindi, lo Stato o gli altri enti di vigilanza statale ti potranno aiutare dopo, FORSE, ma non ti impediranno di fare scelte sbagliate.

Quindi, senza l’educazione finanziaria, potresti trovarti in uno di questi casi.

Titolo di giornale 1
Titolo di giornale 2
Titolo di giornale 3

Dal punto di vista preventivo, c’è qualcosina di interessante come il sito Quello che conta.

Ma nonostante l’iniziativa sia lodevole, il livello degli argomenti trattati rimane sempre troppo generale.

Può servire a chi non ha grossa esperienza con conti correnti e carte di debito/credito, ma sul lato investimenti si limita a consigli generali come “informati bene” e “confronta più prodotti” senza spiegare COME informarsi bene e come decifrare le notizie finanziarie.

Tanta teoria e poca pratica quindi.

Cosa puoi fare per te stesso (e per i tuoi figli)

Se sei arrivato (o arrivata, uso sempre il maschile per comodità ma sono un grande fan delle donne che vogliono migliorare la propria situazione finanziaria) fino qui, dovresti aver capito due cose:

  1. il livello dell’educazione finanziaria generale in Italia è molto basso;

  2. le varie iniziative di educazione finanziaria messe a disposizione sono incomplete e insufficienti a farti prendere decisioni informate su come gestire e investire i tuoi risparmi.

A questo punto, immagino che avrai solo una domanda nella tua testa.

Cosa posso fare scelte finanziarie giuste, se informarmi è così difficile?

Come prima cosa, puoi partire da tutti i nostri contenuti gratuiti e semigratuiti sul mondo della finanza personale, che puoi trovare qui.

Tutta roba pratica, senza gergo tecnico complicato e inutile, che ti aiuterà a farti un’idea degli elementi di base che devi assolutamente conoscere quando pensi ai tuoi soldi e ai tuoi investimenti.

Se stai cercando qualcosa di più dedicato ai tuoi bambini, invece, abbiamo realizzato un webinar gratuito a riguardo.

E se poi vuoi salire ulteriormente di livello, abbiamo creato LIXI STRATEGY, il nostro corso di pianificazione finanziaria che ti spiegherà dalla A alla Z come costruire il tuo piano di investimento ideale, basandoti sulla tua situazione personale.

Clicca qui se vuoi avere maggiori informazioni.

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