L’Italia non cresce nonostante le eccellenze: scopri perché

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L’Italia, da circa un ventennio, è un’anomalia tra i Paesi sviluppati per la sua crescita e la sua produttività. 

Negli ultimi due decenni, tra il 1995 e il 2016, la crescita media annua della produttività del lavoro in Italia (+0,3%) è risultata "decisamente inferiore alla media UE (1,6%)", stando all'ISTAT nel report sulla "contabilità della crescita"

Questo sembra paradossale se si pensa che siamo in un'epoca unica nella storia.

I miglioramenti tecnologici e l’innovazione dovrebbero far fare enormi passi in avanti alla produttività.

E, in generale, è così.

Ma l’Italia, in questi 2 decenni, ha trovato diversi ostacoli lungo la strada che porta al miglioramento economico.

Ma qual è la ragione?

Una delle principali è la difficoltà di adeguare la pubblica amministrazione e la struttura produttiva alle sfide della globalizzazione, dell'innovazione tecnologica e della moneta unica.

Che cosa ha determinato il netto distacco rispetto ad altri paesi?

Una delle argomentazioni più utilizzate è quella del trend negativo degli investimenti.

In particolare in quelli in infrastrutture a sostegno alla ricerca e alla valorizzazione della conoscenza.

Per farti un esempio concreto: 90 milioni è la cifra che ha pagato la Juve per comprare l’argentino Higuain ed è la stessa che il Miur ha stanziato per tutta la ricerca “libera” da parte di ogni Università della Repubblica.

Un’altra argomentazione è il ritardo nello sviluppo digitale.

Se l’Estonia è diventata in pochissimo tempo l’hub europeo per le aziende digitali, noi di digitale abbiamo quello terrestre.

Se la Romania ha la linea internet più veloce, in molte città non c'è ancora la fibra.

Su questo punto, un articolo dell’Economist evidenzia come la produttività in Italia non sia cresciuta a causa di un’economia troppo ancorata alle sue eredità e tradizioni.

La rivista britannica ha puntato il dito verso un’eccessiva “sacralizzazione del made in Italy” che ha portato i produttori a preferire la massimizzazione delle rendite dei prodotti e marchi di qualità, trascurando quasi completamente l’innovazione strategica e tecnologica.

La vera sfida attuale è creare sinergie tra tradizione e innovazione.

Questo punto è abbastanza importante e lo spiego meglio con un esempio.

Qualche settimana fa sono stato a Napoli e ho mangiato le migliori pizze, ma credo che anche nella tua città ci siano pizzerie molto valide.

Per caso conosci una catena famosa in Italia che faccia pizze?

Hai mai sentito parlare di Domino’s Pizza?


E’ un’impresa di ristorazione specializzata nella vendita di pizza.

Fatturato pari a circa 2 miliardi di dollari e 145mila dipendenti dislocati in 70 Paesi del mondo.

Non voglio dire che tutte le pizzerie italiane debbano essere cosi, ma se si vuole salvare il “made in Italy”, perché non farlo come si deve?

Una grossa fetta di responsabilità l’hanno avuta e continuano ad averla: banche e politici.

Le prime perché hanno avvantaggiato con finanziamenti amici, cuGGini e personaggi influenti.

La responsabilità ricade anche sui politici che, per fare “il bene del Paese”, hanno salvato banche che, per il “bene del Paese”, non dovevano essere salvate.

Ma, fortunatamente, il quadro non è completo.

E’ vero che l’Italia è in ritardo rispetto ai Paesi sviluppati, ma non è tutto perduto.

Se esiste un solo motivo per cui NON siamo ancora un paese del terzo mondo, l'unico motivo è da ricercare nella forza delle imprese italiane, e nella forza degli imprenditori italiani che hanno capito di dover creare una sinergia tra tradizione e innovazione.

Nel decimo Rapporto sull'economia e finanza dei Distretti industriali emerge che ci sono ancora delle super eccellenze italiane.

Innovazione, qualità e marchi in crescita sono alla base di un tessuto industriale che sta dimostrando una spiccata capacità di rinnovarsi.

A guardare la classifica dei migliori distretti per crescita e redditività spiccano i colori verde dell'agro-alimentare e arancione della meccanica, anche se il primato va all'occhialeria bellunese che va al traino del colosso Luxottica.

Nel mondo del cibo e del bere, meritano i primi posti il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene e i salumi di Parma.

E’ dunque conveniente investire in Italia? 

Dipende.

Vuoi investire in Btp o su alcuni carrozzoni bancari italiani, come si è sempre fatto? Tieniti pronto a perdere molti soldi.

Vuoi investire in queste imprese che anno dopo anno battono ogni record?

Devi diventare socio comprando le loro azioni.

Sia ben chiaro: non è facile individuare quelle vincenti.
Ma è ciò che cerchiamo di fare con successo all'interno della membership "The LiX-Files".

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Luca Lixi
Fondatore LIXI Invest

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Staff LIXI Invest 

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About the Author Luca Lixi

Luca Lixi è il fondatore di Lixi Invest. Fondatore di Lixi Invest. Creatore di WikiLixi, la più grande community italiana sugli investimenti finanziari. Consulente finanziario indipendente per oltre 115 milioni di euro di patrimoni totali nell'ultimo anno. Autore del libro bestseller su amazon "I X Comandamenti dell'investimento finanziario". Oltre 13 anni di esperienza nel mondo della finanza.

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